Perchè non si vende più Arte in Italia?

Negli anni Sessanta le grandi industrie e il terziario di servizio avevano creato un’economia centralizzata nei capoluoghi di provincia. Nascevano condomini e tanti appartamenti nuovi per operai ed impiegati, quella classe media che non poteva restare con le pareti senza decorazioni. I quadri creavano uno status symbol irrinunciabile e gli acquisti di opere – molte delle quali pagate a rate – avvenivano a livello locale o provinciale, nella città stessa. Si era instaurato un processo imitativo nella gestione dei simboli di classe.


Segni di crisi della classe media si erano manifestati già negli anni di passaggio dalla lira all’euro. Chi percepiva uno stipendio di 2 milioni di lire, si trovava nella busta paga 1000 euro, mentre i prezzi dei beni – e in parte quelli dei servizi – lievitavano a dismisura. Oggetti che, in precedenza venivano venduti a 1000 lire erano proposti a un euro, cioè, di fatto, al doppio del reale valore di mercato. Le capacità di acquisto della classi medie venivano dimezzate improvvisamente. Il fenomeno non solo ha creato difficoltà economiche, ma ha umiliato fortemente una fascia enorme di popolazione.


Uno degli elementi dell’espansione del mercato dell’arte era l’ottimismo diffuso.


La crisi legata alla globalizzazione e all’arrocco delle famiglie dei grandi ricchi, alla crescita del potere dello Stato e della burocrazia, una certa riduzione della libertà provocata dall’applicazione di norme molto restrittive di derivazione europea, la soggiacenza alla Germania, il giudiziarismo,  il centralismo, la mancanza di flessibilità del sistema Italia,  hanno seminato infinite difficoltà e pessimismo.


Cioè l’idea perdurante di una proiezione negativa rispetto al futuro. 


In questo blocco negativo,  molti pittori, anziché adeguarsi alla crisi, eseguendo un ricalcolo corretto lira-euro, portarono quadri che la settimana prima cercavano di vendere a 1 milione di lire, a 1000 euro. Tutto iniziò a diventare difficile.


I prodromi del cataclisma,  dopo il primo infausto annuncio giunto con l’euro, si manifestarono con il crollo delle borse finanziarie e il cosiddetto scoppio della bolla speculativa (2008). Fino a quel momento, nonostante i collezionisti non comprassero più esclusivamente sul mercato locale e preferissero, in buona parte, indirizzarsi all’antiquariato, il mercato dell’arte contemporanea aveva minimamente retto, nonostante la situazione drammatica provocata dall’introduzione dell’euro, senza garanzie compensative.


La speculazione in borsa creava però, a livello diffuso, facili proventi. E parte di questo denaro guadagnato senza fatica finiva nell’antiquariato e nell’arte. Poi il crollo e la crisi economica mondiale, che colpì, in particolar modo la classe media e quella operaia. Il primo gruppo aveva mantenuto, sostenendo i propri pittori con acquisti reiterati, il mercato artistico provinciale.  Contestualmente iniziava ad uscire di scena – a causa dell’età o della morte – il gruppo di collezionisti provinciali degli anni Sessanta e Settanta, che erano dotati di una forma di sano campanilismo e del desiderio di valorizzazione di artisti della loro città e della loro provincia, con notevole aperture di fiducia anche nei confronti dei giovani. Ma, a causa della crisi e della globalizzazione, che cancellava le province come unità confederate del tessuto produttivo e sociale, le opere di artisti della propria provincia che loro avevano acquistato a 10 o venti milioni potevano essere trovate svendute, attorno al 2013, sui mercatini, a 350 euro. Ai mercatini erano giunte massicciamente dopo lo svuotamento delle case, in seguito alla morte dei proprietari, che appartenevano alla generazione di collezionisti degli anni Sessanta.


La discrepanza tra quotazioni fissate nel periodo pre-crisi e quelle frantumate in questi anni, ha provocato non solo la caduta libera delle quotazioni di pittori provinciali storicizzati a livello locale. Il fenomeno ha dimostrato che l’arte non era, come si diceva negli ultimi decenni del XX secolo, una forma d’investimento. O, almeno, non lo era più a livello di mercati provinciali. Permaneva tale soltanto sulla linea alta di autori mondiali storicizzati, che erano stati venduti alle aste. Il collezionista non investe più sul mercato locale dal quale è stato “tradito” o dal quale sono stati traditi i propri genitori. I luoghi della provincia, tanto amati in scorci, panoramiche e vedute, che rinsaldavano il legame del collezionista con il proprio territorio, sono scomparsi dall’immaginario dei più giovani. L’opera d’arte risulta oggi, a livello medio, un complemento d’arredo, allegro e divertente, che attinge ai luoghi comuni del mondo globalizzato.



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